L’elettore, proprio perché sottoposto al
carico emotivo della frustrazione,
diventa una fonte di energia.
Egli avverte la necessità psichica di
partecipare al rito elettorale per dare soddisfazione al suo desiderio di decifrare il
caos in cui è recluso. Pur sapendo quanto sia priva di efficacia la sua azione,
egli la compie per lenire il dolore della frustrazione.
Questa spinta viene
intercettata dai gruppi di potere, i quali poi la convertono nella legittimazione del proprio
ruolo. In altri termini: l’azione elettorale costituisce un credito nei
confronti del gruppo di potere, che usa questo credito per indebitare l’elettore
stesso, costringendolo a riconoscere la validità della "moneta" (il consenso) che ha elargito.
L'elettore, infatti, non potrà, se non a costo di introdurre nella sua esistenza un'ulteriore
contraddizione, disconoscere il gruppo di potere che ha sostenuto con la
propria scelta e, indirettamente, riconosce come legittimo tutto il sistema in cui il gruppo è inserito.
Nei regimi democratici, il voto, fornendo l'energia sufficiente a conservarlo, sancisce la legittimità dell’intero
sistema di potere. Ogni gruppo, per poter conservare la sua presenza nel raggruppamento di potere, deve avere come primo obiettivo il consolidamento della riserva di energia donde trae la possibilità stessa di esistere. Non può rischiare, infatti, di scomparire a causa della imprevedibilità del flusso energetico. Deve azzerare la "casualità della preferenza" e stabilire una regola di determinazione del consenso.
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Certamente la frustrazione genera un carico di stress (e quindi di energia) che deve essere inevitabilmente scaricato con l'aggressività o in altri modi. Il voto è, quindi, un metodo per trasformare una forma di energia in un'altra, più adatta ad alimentare il sistema. Per far questo, il voto è un'ottima strategia di persuasione, in quanto riesce ad adulare l'elettore in maniera ottimale. La persuasione, e le sue tecniche, in ogni caso, mi hanno sempre incuriosito molto, perchè, in apparenza, non mirano a costringere il soggetto in questione a compiere delle scelte contro la sua volontà, ma ne modificano l’atteggiamento o il comportamento, semplicemente scambiando delle idee o utilizzando un linguaggio verbale o corporeo. Mi chiedevo: che rapporto c'è, se esiste, tra l'arte retorica di Corace e Tisia (che sostenevano che "il sembrare vero conta più dell'essere vero") e le moderne teorie della persuasione? Forse la differenza potrebbe essere spiegata dalle parole di Aristotele, che sosteneva che la retorica "non è il persuadere, ma il vedere i mezzi di persuasione che vi sono intorno a ciascun argomento", ma mi piacerebbe avere qualche chiarimento ulteriore a riguardo.
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