"sappie che, tosto che l'anima trade
come fec'io, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto".



martedì 1 maggio 2012

§5. Fenomenologia del consenso


Non dovrebbe riuscire difficile riconoscere, riprendendo l’insegnamento di Platone, che affidare la selezione della "classe politica" a chi non ha alcuna conoscenza della politica è una contraddizione in termini. L’ennesima...

La gestione del consenso nei regimi democratici è una questione primaria, molto più importante dell’operazione di riadattamento dei programmi "politici" alle mutate situazioni. Quest’ultima, infatti, rientra nella routine di qualsiasi gruppo di potere e costituisce solo l’aspetto esteriore della cosiddetta "competizione elettorale".
Nell’epoca in cui si dispiegano complesse strategie persuasive allo scopo di formare schiere compatte e affidabili di consumatori, il gruppo di potere che volesse semplicemente affidarsi alla pubblicazione di un programma politico per garantirsi un consenso finirebbe per subire l’imprevedibilità dei flussi di energia provenienti dal corpo elettorale.

Per essere compreso nei suoi dettagli, nelle conseguenze che potrà avere a medio e lungo termine, nonché nella validità effettiva delle proposte avanzate, un programma politico richiede un’accurata analisi, che non può essere certo richiesta  ad una folla indistinta. A questa, che, come s’è visto, reagisce per vie lontane dalla razionalità, vanno proposti slogan e parole d’ordine secondo una modalità che ricorda la recitazione dei mantra. La ripetizione genera, così, un meccanismo di accettazione automatica, per cui si rendono accettabili concetti che in precedenza si sarebbero reputati estranei.

Il consenso non può essere lasciato libero di autodeterminarsi. Un gruppo, che miri a restare inscritto nel perimetro di potere proprio ad uno specifico sistema, deve eliminare l’imprevedibilità e acquisire la capacità di predefinire le scelte degli elettori attraverso forme di coazione.
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